Nel 1961 Kirk Douglas, acquistati i diritti del romanzo  Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey, trasse e mise in scena l’omonima piece teatrale che ebbe scarso successo. Qualche tempo dopo a Praga propose al fantasioso regista Milos Forman di girare un film tratto dal libro. Forman interessato al progetto attese che Douglas gli spedisse il romanzo che non arrivò mai a destinazione. Dieci anni dopo Forman, ancora entusiasta del progetto ricevette il libro spedito questa volta da Michael Douglas che, venuto a conoscenza dell’antico desiderio del padre, lo inviò una seconda volta. Il romanzo era stato bloccato alla dogana per dieci anni per ragioni di censura. Questa piccola introduzione è solo per dire che uno dei film diventato legenda ha rischiato di non essere mai girato.

Il titolo del romanzo si riferisce a una espressione gergale americana per indicare la pazzia, (cuckoo è sinonimo di pazzo): il cuculo è un singolare uccello che non ha un nido proprio e depone le uova in quello di altri uccelli.

Randle Mc Murphy (Jack Nicholson), un impenitente pregiudicato, viene  mandato in un istituto psichiatrico al fine di appurare la sua presunta pazzia.  Il suo comportamento ribelle, seppur sopra le righe, fa pensare il contrario. Il  suo carisma contagia il gruppo di “picchiatelli”del  reparto che non possono fare a meno di assecondare le sue scappatelle e a poco a poco cominciano a liberarsi della pressione delle regole e a seguire il loro capo. Mc Murphy è la “scheggia” impazzita che manda all’aria l’apparente equilibrio di un reparto in cui pazienti sono assuefatti alle regole imposte da un sistema che non bada minimamente alla salvaguardia della personalità di un uomo. Si rimane sconcertati di fronte all’uso dell’elettroshock e della lobotomia che i medici praticano per manipolare la psiche dei pazienti più irrequieti.

Mc Murphy è quel  tipo di paziente la cui individualità deve essere arginata, ne sa qualcosa l’algida infermiera Ratched (interpretata superbamente da Louise Fletcher) che cerca di scoraggiarlo in ogni modo. Irresistibili le baruffe tra i due che si oppongono anche da un punto di vista mimico: da una parte la statica e severa espressione dell’infermiera che possiede qualcosa di malefico e dall’altra la mimica esagerata di Mc Murphy. La donna crede nel suo lavoro, è pienamente convinta che i suoi metodi disumani siano d’aiuto ai pazienti, ma un drammatico episodio nel finale metterà in discussione la sua convinzione.

Forman realizza un film la cui messa in scena è essenziale, senza orpelli, esplora con rara sensibilità  sentimenti come l’amicizia, la paura, la vergogna e la voglia di libertà che da sempre è custodita nell’animo umano. La totale spontaneità delle situazioni e della recitazione degli attori catturano sin dal primo istante l’attenzione dello spettatore trasformandolo in un testimone diretto. Oltre al poliedrico Nicholson il cast si compone di attori che diventeranno volti celebri del cinema mondiale: Danny De Vito (che interpreta un impacciato Martini), Christopher Lloyd (l’inquietante Taber), Brad Dourif ( il timido Billy), Vincent Schiavelli (il lunare Frederickson) e Will Sampson (il gigantesco Grande Capo indiano).

Vincitore di cinque premi oscar (miglior film, miglior regia, miglior attore, miglior attrice, miglior sceneggiatura non originale),  il film si apre e si chiude con l’immagine di un’alba: la scena iniziale mostra l’arrivo di Mc Murphy all’istituto psichiatrico, la scena finale il grande amico e grande Capo riesce in qualche modo a liberare Mc Murphy e a portarlo con se fuori da quell’inferno.